L’erosione dell’umano
Non è avvenuto all’improvviso.
L’umano non è crollato: si è consumato.
Come una pietra levigata dall’acqua, giorno dopo giorno, senza che nessuno se ne accorgesse.
Abbiamo imparato a vivere in superficie.
A rispondere in fretta, a capire poco, a sentire ancora meno.
Il pensiero profondo è diventato scomodo, l’attesa insopportabile, il silenzio quasi una colpa.
Non siamo diventati crudeli: siamo diventati distratti.
E la distrazione è una forma sottile di violenza, perché non lascia lividi ma svuota.
Svuota le parole, le relazioni, il senso stesso dello stare insieme.

L’altro non è più un mistero da accogliere, ma un ostacolo da classificare.
Se è fragile, lo si corregge.
Se soffre, lo si etichetta.
Se non funziona, lo si esclude.
Abbiamo sostituito la cura con la prestazione, la comprensione con la diagnosi, la compassione con l’efficienza.
E intanto l’angoscia cresce, muta, normalizzata.
Non fa rumore, ma pesa.
Ci diciamo liberi, ma temiamo ogni rallentamento.
Ci diciamo informati, ma abbiamo smesso di pensare.
Ci diciamo connessi, ma raramente presenti.
Forse la crisi più profonda non è economica né politica.
È ontologica.
Riguarda ciò che siamo diventati e ciò che non sappiamo più essere.
Essere umani richiede tempo, attenzione, disponibilità al rischio dell’incontro.
Richiede la fatica di restare, quando sarebbe più semplice passare oltre.
Richiede il coraggio di riconoscere nell’altro non un problema, ma una possibilità.
Recuperare l’umano oggi non è nostalgia.
È resistenza.
È un atto controcorrente in un mondo che misura tutto, ma non sa più ascoltare.
E forse la vera urgenza non è cambiare il mondo.
È fermarsi abbastanza da ricordare chi siamo,
prima che l’erosione diventi irreversibile.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
