Lettera aperta
La campana dell’accusa
Sanremo, gennaio 2026

Monsignor Antonio Suetta,
c’è un suono che in questi giorni attraversa Sanremo e che non ha nulla di spirituale. È il suono di una campana che lei ha voluto far risuonare ogni sera in memoria dei “bambini non nati”.
Un gesto che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe richiamare alla coscienza.
Ma che, nei fatti, richiama soltanto la colpa.
Non scrivo da credente né da anticlericale. Scrivo da donna, da cittadina, da osservatrice sconcertata del tempo che viviamo. Perché quella campana non consola, non accompagna, non salva. Accusa. E lo fa nello spazio pubblico, violando il silenzio necessario che accompagna sempre le scelte più dolorose.
In una società fragile, attraversata da solitudini profonde, depressioni silenziose e ferite invisibili, lei ha scelto il rumore. Un rumore antico, riconoscibile: quello dell’oscurantismo medievale, che torna a farsi sentire ogni volta che la Chiesa dimentica la compassione e riscopre il giudizio.
La storia dovrebbe insegnare qualcosa. Per secoli le donne sono state educate a sentirsi sporche, peccatrici, sbagliate. Colpevoli nel corpo, nel desiderio, nella scelta. La sua campana si inserisce esattamente in questa tradizione: non parla di vita, ma di controllo; non parla di amore, ma di potere.
L’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto riconosciuto dallo Stato. Ma prima ancora è una decisione che nasce quasi sempre dal dolore, dalla paura, dalla solitudine. Nessuna donna abortisce per leggerezza. Nessuna. Eppure quel rintocco quotidiano trasforma una scelta intima in marchio pubblico, una ferita privata in stigma collettivo.
Dov’è la misericordia, quando il senso di colpa viene imposto dall’alto?
Dov’è il Vangelo, quando il dolore viene esposto invece che accolto?
La Chiesa che lei rappresenta porta con sé un carico storico enorme: migliaia di nefandezze, abusi taciuti, violenze coperte, colpe mai davvero espiate. Eppure osa ancora puntare il dito, soprattutto sulle donne. Mai una mano tesa. Sempre un giudizio.
Lei avrebbe potuto scegliere altro:
il silenzio,
l’ascolto,
il sostegno concreto alle madri sole, ai consultori, alle fragilità vere.
Ha scelto invece il simbolo più antico del dominio: il suono che occupa lo spazio, che non chiede consenso, che impone una presenza morale.
I sensi di colpa non salvano vite.
Le distruggono.
E spesso — troppo spesso — conducono a esiti irreversibili che nessuna campana ricorda.
La società di oggi non ha bisogno di un nuovo Medioevo emotivo. Ha bisogno di rispetto, di laicità, di responsabilità. Ha bisogno che le donne possano scegliere senza essere giudicate, senza sentirsi sporche, senza essere condannate per aver esercitato un diritto.
Finché la Chiesa continuerà a puntare il dito invece di tendere la mano, continuerà a parlare una lingua che non cura, non accompagna, non salva.
Una lingua che divide.
E nessun rintocco, per quanto solenne, potrà mai trasformare l’accusa in compassione.
Maria Cucchiara
Amica News – Terza Pagina

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
