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L’Impronta del Sonno Perduto

Elia viveva di notte, e non per scelta. Faceva l’archivista al Catasto, un lavoro polveroso e inutile che gli permetteva di sfogliare mappe e fascicoli nell’ombra di un ufficio aperto 24 ore su 24. Lo faceva perché, da sei mesi, ogni volta che si addormentava, si risvegliava non nel suo letto, ma in una camera d’albergo diversa, in una città diversa, vestito di tutto punto e con le chiavi di un’auto sconosciuta in tasca.

Nessun segno di scasso. Nessun ricordo del viaggio. Solo l’impronta del sonno, come la chiamava lui, un vuoto di quattro ore che lo depositava a centinaia di chilometri da casa.

Il suo tormento iniziò con un risveglio a Marsiglia, con in mano un pacchetto di sigarette che non aveva mai fumato e un biglietto aereo per Lisbona. Poi Praga, con una spilla d’ambra e un livido sul braccio che non sapeva spiegarsi.

Elia non cercava aiuto. Cercava la prova. Passava le notti in archivio, setacciando vecchie planimetrie della città. Era convinto che il suo incubo avesse radici nel cemento, un bug geolocalizzato nel tessuto urbano.

Un mercoledì mattina, sotto una pila di mappe catastali del 1948, trovò una cartella fuori posto. Conteneva il progetto di un vecchio sistema di smaltimento che passava proprio sotto il suo palazzo. Non erano fogne, ma canali sotterranei etichettati enigmaticamente come: “Rete per il Trasporto Intercosciente – Progetto Orione”.

Accanto, un appunto a matita: Il trasporto funziona solo se l’ospite è in stato REM.

Il panico gli chiuse la gola. Non era teletrasporto, era qualcosa di peggio. Qualcuno stava usando il suo corpo in quelle quattro ore di sonno, sfruttando una vecchia infrastruttura dimenticata.

Quella sera, si preparò. Niente caffè. Niente sonniferi. Si legò al polso un contatore di passi digitale, sperando di registrare il suo viaggio notturno.

Si svegliò nella penombra di una rimessa abbandonata. Era a Milano, lo rivelava l’odore ferroso della nebbia. La sua mano era intorpidita, e il contatore segnava: 675 passi. Non un viaggio in auto. Un tragitto a piedi.

Si guardò intorno. C’era solo una fila di vecchi taxi arrugginiti e un grande specchio appoggiato a un muro. Nello specchio, vide i suoi vestiti stropicciati, il volto stanco. E poi notò qualcosa.

Non era solo.

Riflesso dietro di lui, immobile e perfettamente a fuoco, c’era un uomo in giacca e cravatta. Non era un riflesso del suo corpo. Era l’uomo che aveva usato le sue mani per fare quei 675 passi.

“Finalmente ti svegli,” disse la figura nello specchio, la voce un eco distorta e stranamente familiare. “Hai fatto un buon lavoro. Il pacchetto è stato consegnato.”

Elia si girò di scatto. La rimessa era vuota. Solo lo specchio rotto.

“Smettila di cercarmi, Elia,” continuò la voce, ma ora proveniva dalla sua gola. “Se ti addormenti, io guido. Non sei più tu l’archivista. Sei la mia porta di servizio.”

Elia barcollò. Prese il contatore di passi per strapparlo. Vide che il display si era aggiornato. Sotto i 675, lampeggiava una nuova etichetta, criptica:

Identità Ospite: N.D. (Nessuna Distinzione).

Da quel giorno, Elia non ha mai più dormito. Lavora 24 ore su 24, inghiottendo pillole e sperando di non crollare. Perché sa che se chiude gli occhi, quell’uomo, il viaggiatore intercosciente, prenderà il volante e lo porterà a compiere l’incarico successivo. E l’incarico, ne è certo, non sarà archiviare vecchie mappe.