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L’infanzia negata: l’adultizzazione delle bambine sui social

C’è un nuovo volto dell’infanzia, ma non ha più la luce ingenua degli occhi curiosi né il profumo di marachelle e meraviglia. È truccato, filtrato, addestrato a piacere. È l’infanzia che si traveste da donna per guadagnare “like”. Su TikTok scorrono video di bambine di sei, sette, otto anni che spiegano routine di skincare, recensiscono rossetti, ballano con abiti succinti e sguardi studiati. Bambine che imitano un linguaggio e un mondo che non appartengono loro. E intorno, spesso invisibili ma presenti, genitori che riprendono, montano, postano, incassano.

Non è intrattenimento, è adultizzazione: una nuova forma di sfruttamento in cui l’immagine sostituisce il corpo e l’infanzia diventa un set. È una prostituzione digitale mascherata da gioco, dove il consenso è un’illusione perché un bambino non può davvero scegliere di essere un personaggio pubblico. Dietro ogni “content creator in miniatura” c’è un adulto che decide, che monetizza, che plasma. E la spensieratezza si dissolve tra i filtri di un’app.

La psicologia evolutiva ci ricorda che crescere non significa saltare tappe, ma attraversarle. Quando un bambino viene costretto a imitare l’adulto, non cresce: si deforma. Le bambine che imparano troppo presto a truccarsi, a cercare approvazione, a vivere sotto i riflettori, interiorizzano l’idea che il valore coincida con l’apparenza. Dietro i sorrisi forzati si nascondono ansia, paura di deludere, dipendenza dallo sguardo altrui. È un veleno lento, che corrode la capacità di essere se stessi.

E intanto la società guarda, applaude, condivide. Ci abituiamo a vedere bambini truccati, vestiti da adulti, esposti come miniature di sensualità, e non proviamo più disagio. Ci sembra normale. Così, la purezza smette di avere valore, la semplicità non basta, e l’essere bambini diventa quasi una colpa. È una desensibilizzazione collettiva, una perdita silenziosa del senso dell’infanzia.

Dietro tutto questo ci sono genitori che scambiano visibilità per amore, successo per realizzazione, like per affetto. Ma il prezzo lo pagano i figli, che un giorno guarderanno i propri video e si chiederanno dove sia finita la loro infanzia. Forse capiranno di non averla mai vissuta davvero.

Restituire ai bambini la loro età oggi è un atto rivoluzionario. Lasciarli crescere nel silenzio, nel gioco libero, nel tempo lento. Perché l’infanzia non è un contenuto da monetizzare: è un bene sacro. E quando la profaniamo per qualche visualizzazione in più, non perdiamo solo i nostri figli — perdiamo la parte più vera di noi stessi.