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L’Ombra dell’Atlante

Il vento dell’Atlante tagliava la pelle come una lama sottile, portando con sé un odore metallico, simile a quello del sangue rappreso. L’alba si stendeva sulle creste pietrose come un sipario di rame e cenere. Era il giorno della grande gara, la scalata più temuta e desiderata del Nord Africa: la conquista del Jbel Toubkal attraverso il versante meno battuto e più infido della catena.

Lina Hadar, unica donna della spedizione, si strinse il cappuccio sulla fronte mentre osservava il gruppo preparare le corde. Aveva attraversato deserti, frane e nevi antiche. Quella montagna non le faceva paura. O almeno così aveva sempre creduto.

“Non fidarti di nessuno,” le aveva sussurrato la sera prima un anziano berbero nella tenda-mensa, con occhi lucidi come ossidiana. “Questa competizione non è come le altre. Qualcuno qui non è venuto per vincere… ma per controllare chi arriva in cima.”

Lina aveva sorriso, pensando a una superstizione da montanari. Ora, però, mentre il sole tardava a scaldare l’aria e il gelo le mangiava le mani, quelle parole tornavano a morderle lo stomaco.

La spedizione partì.
Dodici partecipanti, dodici destini che salivano come formiche su un gigante addormentato. Il paesaggio era una tavolozza di spigoli neri, neve vecchia e silenzi che sembravano attendere qualcosa.

Fu Karim, il più giovane, a vedere la figura per primo.

“Avete notato quell’uomo laggiù?”
Nessuno rispose.
Lina seguì il suo sguardo.
Tra due spuntoni rocciosi, a circa quattrocento metri, una sagoma immobile. Troppo immobile. Il volto coperto da un cappuccio scuro, come se fosse scolpita nella pietra stessa.
“È un altro scalatore?” chiese qualcuno.
“Se fossi in voi,” rispose Lina, “non me lo chiederei ad alta voce.”

Per ore la figura apparve e scomparve tra le rocce, sempre alla stessa distanza, come se non camminasse… ma fluttuasse a qualche passo dietro di loro. Ogni volta che un membro della squadra si voltava, quell’ombra si palesava un attimo prima di svanire.

La prima morte arrivò silenziosa.
Una corda tagliata.
Un urlo breve, soffocato dalla gola del burrone.
Nessuno vide chi l’aveva fatto.
Nessuno ammise di sospettare degli altri.
Nessuno osò nominare la figura che, in quel momento, stava di nuovo osservando, ferma al limite del ghiaccio.

Lina sentì il gelo entrarle nel petto.
“Qualcuno ci segue,” mormorò.
“Qualcuno ci vuole qui, isolati,” sibilò Karim.
“Qualcuno sa qualcosa di noi.”

Man mano che salivano, i segreti cominciarono a venire a galla come pietre smosse da una valanga: rivalità sotterranee, rancori, tradimenti d’affari, amori nascosti. Tutti i concorrenti, in un modo o nell’altro, avevano avuto una connessione passata — e scomoda — con l’organizzatore della gara: un magnate franco-marocchino morto misteriosamente un mese prima.

“Questa scalata è solo una copertura,” disse Lina, mentre una folata di vento le scopriva il viso. “Qualcuno vuole chiudere i conti.”

La seconda morte fu peggiore della prima.
Un uomo trovato con gli occhi spalancati e la bocca piena di neve, come se fosse stato imbavagliato dal gelo stesso. Nessuna impronta attorno, nessun segno di colluttazione. Solo il suo corpo, rigido come una reliquia abbandonata.

Le notti divennero un inferno di rumori, fruscii, passi che si avvicinavano alle tende senza mai entrare. Lina dormiva con la mano stretta sul pugnale che portava al fianco. E ogni notte, immancabile, la figura compariva a distanza, in piedi, senza muoversi, come una sentinella maledetta.

La verità esplose al terzo giorno, durante una tempesta che sembrava decisa a inghiottire il mondo.

Lina e Karim restarono indietro per recuperare del materiale, quando un grido squarciò la tempesta:
“LUI! È lui! È qui!”

Corsero verso il promontorio.
La figura era lì, finalmente vicina.
Il mantello nero sbatteva nel vento come un’ala lacerata.
Lina strinse i denti: “Chi sei? Perché ci segui?”

La sagoma inclinò la testa, lentamente.
Quando abbassò il cappuccio, Lina sentì il cuore frantumarsi.

Era l’organizzatore della gara.
L’uomo morto un mese prima.

O almeno… questo era ciò che avevano raccontato.

La sua voce era cavernosa, come provenisse da sotto terra.
“Avete preso ciò che era mio…”
Ogni parola un colpo di vento gelato.
“…ed ora la montagna vi restituirà ciò che meritate.”

Prima che Lina potesse reagire, Karim urlò: “Non è un fantasma! È vivo! Si è nascosto! Ha finto la morte! Lo fa per spaventarci e ucciderci uno dopo l’altro!”

Lina afferrò una pietra.
Buttò via la paura.
E il suo coraggio, improvviso, svegliò la montagna.

La figura si avventò su di loro.

La lotta fu feroce, animalesca, primitiva.
Il vento urlava, la neve graffiava, e i tre corpi si intrecciavano come lupi in un rituale antico.
Il terreno cedette.
Un pezzo di ghiaccio si spezzò.
L’uomo scivolò indietro, urlando nel vuoto.

Quando il silenzio tornò, Lina era in ginocchio, il respiro spezzato, il cuore che batteva come un tamburo di guerra.

Karim tremava. “È finita…?”
“No,” disse Lina, guardando la scogliera. “Con uomini come lui… non è mai davvero finita.”

Ma la montagna quell’inverno fu misericordiosa.
Riprese ciò che era suo.
E restituì Lina alla vita.

Scese dal Toubkal con Karim, con la neve che brillava come polvere d’argento e un pensiero che le ardeva dentro:
non tutte le ombre sono morte,
e non tutti i vivi sono luce.

E mentre lasciava alle spalle il gigante di pietra, sapeva che un giorno sarebbe tornata.
Perché certe montagne non le conquisti:
le incontri.
E loro, in cambio, ti cambiano per sempre.