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Luce del Nord

Il buio, in Lapponia, non è un’assenza. È una presenza che respira piano.
Ogni notte, nelle settimane in cui il sole non sorge mai del tutto, c’è una luce che rimane sospesa, lattiginosa, come un respiro dimenticato.
Kaisa viveva in quella luce da sempre. O almeno così diceva.

La trovò un camionista, una sera di gennaio, seduta in mezzo alla strada ghiacciata che portava a Rovaniemi.
Aveva addosso un maglione di lana bianca e le mani nude. Il termometro segnava meno venticinque.
“Ti sei persa?” le chiese lui, abbassando il finestrino.
Lei lo guardò e sorrise, un sorriso sbagliato, come se non ricordasse cosa significasse davvero.
“No,” rispose. “Sto tornando a casa.”

Ma dietro di lei non c’era nulla, solo la foresta e la neve.


L’uomo la portò al piccolo motel dove dormiva durante le consegne. Lei non parlò quasi mai.
Solo, la notte, lui la sentì camminare nei corridoi.
I passi erano regolari, come un orologio antico.
A volte si fermavano davanti alla porta della sua stanza, poi riprendevano.
La terza notte trovò il coraggio di aprire.
Non c’era nessuno. Solo un segno sottile di brina, come un’impronta sul pavimento.


Il giorno dopo, la padrona del motel gli disse che Kaisa era nata lì, quarant’anni prima.
E che era morta durante una tormenta, a dodici anni, insieme a suo padre, che si era perso nel bosco con lei cercando la strada di casa.
“Non dire sciocchezze,” rise lui. “L’ho accompagnata io. È viva, l’ho vista.”
La donna si fece il segno della croce.
“Ogni anno, in questi giorni, torna a cercare la luce del Nord. È così che la chiamano qui.”


Quando il camionista tornò alla sua cabina, trovò il parabrezza coperto di ghiaccio dall’interno.
Sul vetro, con un dito, qualcuno aveva tracciato una parola:
KIITOS.
Grazie.

Accese il motore tremando, e solo allora, nello specchietto retrovisore, la vide.
Seduta sul sedile posteriore.
Il maglione bianco, le mani nude, il sorriso sbagliato.

“Te l’avevo detto,” disse lei. “Sto tornando a casa.”


La mattina seguente, il camion fu trovato a metà strada verso la foresta.
Il motore acceso, la portiera spalancata, il sedile coperto di brina.
Nessuna traccia dell’uomo.
Solo un maglione bianco, piegato con cura, e un biglietto:

“La luce del Nord non scalda. Ti chiama.”