Memoria, oblio e responsabilità: la povertà culturale davanti al dramma israelo-palestinese
La memoria storica è l’unico strumento che possediamo per leggere il presente con lucidità. Quando viene rimossa o manipolata, la realtà si deforma e la violenza diventa “inevitabile”.
Il conflitto israelo-palestinese ne è l’esempio più tragico: da oltre trent’anni la comunità internazionale assiste a una spirale di occupazioni, bombardamenti e segregazioni, mentre gran parte dei governi occidentali si limita a condanne rituali, incapaci di chiamare le cose con il loro nome.
Le radici del conflitto sono complesse, ma le responsabilità politiche dell’attuale Stato di Israele sono documentate con chiarezza.
Dal 1993, anno degli Accordi di Oslo che promettevano due popoli e due Stati, i governi israeliani hanno progressivamente svuotato ogni ipotesi di pace: espansione sistematica delle colonie nei territori palestinesi, confisca di terre, demolizioni di abitazioni, blocco della Striscia di Gaza, limitazioni quotidiane alla libertà di movimento e di lavoro.
Queste scelte non sono incidenti di percorso, ma politiche strutturali che la comunità internazionale conosce e tollera, mentre il linguaggio diplomatico si limita a parlare di “conflitto” come se si trattasse di un duello tra pari.

Antropologicamente, siamo davanti a un caso di colonialismo contemporaneo: un popolo che, forte di superiorità militare e di alleanze strategiche, impone la propria presenza a un altro, disgregandone l’identità, frammentandone il territorio, riducendone la sopravvivenza a dipendenza umanitaria.
Dal punto di vista psicologico, la popolazione palestinese vive una condizione di trauma collettivo permanente: generazioni cresciute tra checkpoint, assedi e bombardamenti, senza prospettive di normalità. Ogni ciclo di violenza produce nuovi rancori, e alimenta l’odio che a sua volta diventa pretesto per nuove repressioni. È un circolo vizioso creato e mantenuto dal potere, che giustifica se stesso con la retorica della sicurezza.
In questo quadro, la povertà culturale dei governi occidentali è evidente. Pur conoscendo le dinamiche storiche — dalla Nakba del 1948 alle guerre successive, dagli insediamenti alle violazioni sistematiche del diritto internazionale — molti Stati scelgono la neutralità apparente, preferendo l’alleanza strategica con Israele alla difesa del diritto dei popoli.
L’assenza di una cultura storica capace di nominare l’ingiustizia rende le istituzioni complici: si parla di “equilibrio”, si invocano “cessate il fuoco”, ma non si affronta la questione centrale dell’occupazione come atto aggressivo e prolungato.
La memoria, se non è esercitata, diventa spettacolo: una sequenza di immagini di bambini feriti, di macerie, di funerali. Ma senza un discorso chiaro sulle cause, queste immagini scivolano nel flusso indistinto della cronaca.
La conseguenza è una desensibilizzazione collettiva: ci si abitua all’idea che la violenza sia cronica, che la pace sia impossibile, che l’ingiustizia sia parte naturale dell’ordine mondiale.
Ricordare, invece, significa assumere la complessità e indicare la responsabilità.
Significa affermare che la sicurezza di un popolo non può essere costruita sulla negazione dell’altro, che nessuna democrazia è legittima se fonda la propria esistenza sull’occupazione.
Significa rifiutare il linguaggio della neutralità quando la neutralità diventa copertura per l’aggressore.
Finché i governi continueranno a trattare questa tragedia come un incidente geopolitico anziché come il risultato di una precisa volontà politica, ogni trattativa resterà fragile e ogni cessate-il-fuoco provvisorio.
La memoria, in questo caso, non è solo dovere etico: è condizione per la pace.
Dimenticare — o fingere di non vedere — equivale a permettere che l’ingiustizia si perpetui.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
