Messina Denaro: i nomi che lo hanno protetto nei trent’anni di latitanza e le verità ancora nascoste
In clinica, in ospedale, negli studi medici si presentava con il nome di Andrea Bonafede, ma a Campobello di Mazara, il paese in cui ha trascorso l’ultimo periodo della latitanza, il boss Matteo Messina Denaro utilizzava un nome diverso. Un’accortezza, confermata dagli investigatori, che l’avrebbe aiutato a condurre una vita praticamente normale.
Tanti i nomi utilizzati dall’ex “primula rossa” di Cosa Nostra
Si faceva chiamare Francesco, dal suo autista Giovanni Luppino, il boss Matteo Messina Denaro che è stato arrestato lunedì 16 gennaio, insieme a lui, alla clinica “La Maddalena” di Palermo. Lo confermano gli inquirenti dopo l’interrogatorio per la convalida dell’arresto. “Se lo avessi saputo non mi sarei permesso di accompagnarlo, io lo conoscevo come il signor Francesco, cognato di Andrea Bonafede” ha detto. Ma non è soltanto questo il nome che ha utilizzato lo stesso Messina Denaro durante i suoi tre decenni di latitanza. All’inizio, fra Castelvetrano e Marinella di Selinunte, era solo “u siccu”, niente più che un soprannome. Oppure, Luciano. Ventisei anni dopo, l’imprendibile Matteo Messina Denaro è il “premier”, questo diceva di lui Antonello Nicosia, l’assistente della deputata Occhionero arrestato con l’accusa di essere stato l’ambasciatore della “primula rossa” nelle carceri. Per Totò Riina, morto in carcere al 41 bis, era semplicemente “l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa”. E lo diceva in senso dispregiativo: “Questo ragazzo suo padre l’aveva affidato a me, perché era dritto, gli ho fatto scuola io… a me dispiace dirlo”. E, d’un tratto, il padrino diventò il “signor Messina”: “Questo fa il latitante con i pali eolici per prendere soldi – sbottava il capo dei capi di Cosa nostra all’ora d’aria – ma non si interessa… “.
“La testa dell’acqua” come lo chiamavano i suoi fedelissimi nelle intercettazioni ha rinnegato la strategia stragista del più sanguinario dei suoi padri – Totò Riina – ed è diventato “Iddu”, come chiamavano l’altro padrino di Corleone, Bernardo Provenzano, che dopo la stagione delle bombe sembrava essere diventato un santone. “Iddu” il vecchio e anche il giovane (che nei pizzini con Binnu si firmava Alessio) conoscono il segreto della trattativa con pezzi dello Stato, sanno perché all’improvviso le bombe terminarono di scuotere l’Italia nel 1993. E Riina non riusciva a darsi pace. Nelle intercettazioni fatte nel 2013 nel carcere di Opera criticava la scelta di fare solo affari e nessun attentato, arrivando persino a dare del “carabiniere” al suo “ragazzo” di un tempo. A Riina è rimasto il sospetto che dietro la fine delle bombe ci sia stato un patto, con chissà quale pezzo dello Stato. E a proposito del “ragazzo” diventato ormai il “signor Messina” diceva pure: “Io penso che se n’è andato all’estero”. “U siccu” è diventato un fantasma. Un giorno qualcuno l’ha chiamato “Padre Pio”, uno strano fantasma in aria di santità, un mafioso diventato modello criminale. Ma sempre ben radicato da qualche parte, perché qualcuno di importante continuava a pensare a lui, fino a quel freddo lunedì in cui i carabinieri del Ros lo hanno sepolto in una cella. In un’intercettazione è rimasta impigliata un’altra espressione molto curiosa: lo chiamavano anche “il noto”, con un termine sbirresco che racconta molto del mistero Messina Denaro. Nei nomi con cui lo chiamavano c’è davvero la sua storia. E qui in Sicilia qualcuno aveva cominciato a maledirlo, per tutti gli arresti della procura di Palermo che hanno raso al suolo la sua rete di aiuti in tutta la provincia di Trapani. Così Messina Denaro è diventato “questo”, o anche il “purpu”. 60 lunghi anni, 30 dei quali passati a gestire affari, a nascondere la verità dei tanti delitti sanguinosi che portano ancora il suo nome tra i mandanti; ma anche di esperienze personali che ancora una volta sottolineavano quanto il boss fosse molto diverso dai suoi “predecessori” Riina e Provenzano. Tante donne e tanto divertimento, poca serietà e certamente l’intenzione soltanto di fare soldi. Chissà se il suo patrimonio potrà mai essere ritrovato e se i segreti e le verità che Riina gli affidò poco prima del suo arresto sono ancora custoditi nei tanti covi dove visse gli anni di latitanza. Un giorno scopriremo tutto questo e daremo un nome e un volto ai protagonisti di quella brutta stagione che macchiò la Sicilia col cancro mafioso. E ultimo dei tanti interrogativi che riguardano la sua cattura: si è consegnato perché molto malato oppure lo hanno incastrato interrompendo così il suo lungo e intenso giro di affari? Domanda a cui sarà difficile dare una risposta.

Giornalista pubblicista
