Meta, il tuo capo si chiama Mark Zuckerberg o è un algoritmo? L’accusa shock: “L’AI ha scelto chi licenziare”
L’intelligenza artificiale può scrivere email, creare immagini e rispondere alle domande. Ma decidere anche chi perde il lavoro? È la pesante accusa che investe Meta, finita in tribunale negli Stati Uniti per una causa che potrebbe segnare un precedente nella gestione del personale. Secondo 26 dipendenti, l’azienda avrebbe utilizzato sistemi di AI, punteggi automatizzati e software di monitoraggio per stilare le liste degli 8mila lavoratori destinati ai licenziamenti annunciati a inizio anno. Meta, però, respinge tutto: “Le decisioni sono state prese da persone, non dall’intelligenza artificiale”.
L’algoritmo avrebbe “punito” maternità e disabilità
Il cuore della causa è delicatissimo. I ricorrenti sostengono che gli strumenti automatici abbiano finito per penalizzare chi era in congedo di maternità, in malattia, con permessi protetti o con accomodamenti per disabilità. Il motivo? Un algoritmo misura numeri, attività e produttività. Ma non sa distinguere un calo di performance dovuto a un’assenza per motivi di salute da uno scarso rendimento. E così un diritto rischia di trasformarsi in un punto a sfavore.

Tra i casi citati spicca quello di una ricercatrice licenziata due giorni prima del parto, mentre un ingegnere sostiene di aver ricevuto una valutazione peggiore dopo un infortunio. Un manager, invece, racconta di essere stato licenziato appena 16 giorni dopo l’inizio del congedo medico.
Il “Grande Fratello” in ufficio
Nella causa emerge anche un altro elemento destinato a far discutere: un programma interno che avrebbe monitorato battute sulla tastiera, movimenti del mouse, cronologia del browser, email, messaggi e posizione dei dispositivi aziendali. Secondo i ricorrenti, l’obiettivo era addestrare i sistemi di AI osservando il comportamento dei dipendenti più performanti. Ma il progetto avrebbe scatenato una vera rivolta interna: oltre 1.600 lavoratori hanno firmato una petizione denunciando una violazione della privacy. Dopo le polemiche, il programma sarebbe stato sospeso.
Meta: “Accuse senza fondamento”
La società di Mark Zuckerberg respinge ogni ricostruzione e sostiene che gli algoritmi non abbiano deciso i licenziamenti. Per Meta, la riorganizzazione è stata gestita da responsabili umani e non da sistemi automatizzati. Sarà ora il tribunale a stabilire se l’intelligenza artificiale abbia avuto un ruolo determinante oppure no.
Una causa che può cambiare le regole
Al di là del verdetto, il caso apre una domanda destinata a diventare sempre più attuale: quanto potere possiamo affidare agli algoritmi quando in gioco ci sono carriera, stipendio e posto di lavoro? Perché se un software valuta solo dati e statistiche, senza comprendere maternità, malattia o disabilità, il rischio è che un diritto tutelato diventi un semplice “dato negativo”. E forse il vero interrogativo non è se l’AI possa aiutare i manager. Ma chi risponde quando un algoritmo, anche indirettamente, finisce per decidere il futuro di una persona.

