Mondiale all’americana: gol, spot, VAR e telefonate presidenziali. Ma il calcio dov’è finito?
Il Mondiale americano ha già emesso i primi verdetti. C’è chi sorride, chi prepara le valigie e chi, come sempre, dà la colpa all’arbitro. Fin qui tutto normale. O quasi. Perché questa Coppa del Mondo sembra aver deciso di giocare un’altra partita, quella tra calcio e spettacolo. E, almeno per ora, il pallone non sta vincendo ai punti. La novità che più ha fatto discutere è quella delle pause-rinfresco. Non una, non due, ma addirittura quattro interruzioni durante la gara, trasformate in preziose finestre per la pubblicità. Una scelta che sa molto di televisione americana e un po’ meno di calcio.

Il dettaglio più curioso? C’era qualcuno che tutto questo lo aveva previsto molti anni fa. Diego Armando Maradona, con il suo solito misto di genialità e provocazione, sosteneva che prima o poi il calcio sarebbe stato spezzettato per soddisfare le esigenze della televisione e degli sponsor. All’epoca sembrava una delle sue tante uscite. Oggi sembra quasi una profezia. Poi c’è il capitolo arbitri. O meglio, arbitri e VAR. Doveva eliminare le polemiche, le ha soltanto digitalizzate. Ogni partita lascia una coda infinita di immagini rallentate, frame congelati e interpretazioni che cambiano a seconda della maglia che si indossa. L’episodio più discusso è arrivato dopo la protesta del commissario tecnico egiziano, che ha incrociato le braccia come gesto simbolico contro quello che ha definito un trattamento discriminatorio e ha rincarato la dose davanti ai giornalisti, denunciando decisioni arbitrali incomprensibili. Il risultato? Le immagini del dopopartita hanno fatto quasi più rumore di quelle della partita.
E mentre il VAR continua a dividere il mondo, entra in campo, a gambatesa. anche la politica !! Il tycoon Donald Trump ha raccontato pubblicamente di aver telefonato al presidente della FIFA, Gianni Infantino. Una telefonata annunciata con orgoglio, quasi fosse un retroscena di mercato. Il problema non è tanto la chiamata in sé, quanto il messaggio che trasmette: il confine tra sport, potere e propaganda appare ogni giorno più sottile.
In questo modo il rischio è evidente. Le regole diventano elastiche, la normativa sembra piegarsi alla convenienza del momento e il calcio, quello vero, resta spettatore della propria trasformazione. Alla fine il Mondiale continua comunque a regalare emozioni. I gol fanno esultare, le parate strappano applausi, i giovani talenti fanno sognare e le grandi sfide tengono incollati milioni di tifosi davanti allo schermo. Lo sport, insomma, conserva ancora una forza straordinaria. Ma una domanda continua a rimbalzare da uno stadio all’altro: “Il pubblico sta seguendo il calcio o un gigantesco show televisivo con il pallone come comparsa?” Perché se ogni partita viene interrotta dagli spot, ogni decisione arbitrale scatena processi infiniti e ogni evento viene contaminato dalla politica, il rischio è che lo stupore lasci lentamente spazio allo sconcerto. E lo sconcerto, quando diventa abitudine, è il nemico più pericoloso del calcio.
Perché una partita può anche durare novanta minuti. Ma la passione dei tifosi, quella, non può essere messa in pausa pubblicitaria.

