Neve Nera
L’aeroporto non aveva nome, o forse Maria non lo ricordava più.
Era scesa da un treno notturno senza badare alla destinazione, seguendo un impulso che non sapeva spiegare.
L’aria odorava di caffè bruciato e metallo freddo, ma ciò che la colpì fu il silenzio: nessun annuncio dagli altoparlanti, solo il fruscio costante della neve che cadeva oltre le vetrate. Una neve scura, come cenere, che spegneva ogni luce.
Sedette vicino a una vetrata. Il tabellone dei voli lampeggiava “ritardo indefinito” su ogni rotta.
Era come se il mondo avesse deciso di fermarsi, obbligando i passeggeri a un’attesa che non prometteva spiegazioni.
Le persone, una a una, si allontanavano, svanendo nei corridoi come ombre obbedienti a un richiamo segreto.
Alla fine rimasero in due.
Lui era già lì, qualche sedia più in là.
Un cappotto scuro, le mani infilate nelle tasche, lo sguardo rivolto alla pista invisibile.
Maria lo notò solo quando il riflesso di una luce di emergenza ne scolpì il profilo: lineamenti netti, ma non duri, un volto che sembrava conoscere le crepe della solitudine.
«Anche lei bloccata?» chiese, rompendo un silenzio che pareva antico.
Lui sorrise appena. «Forse. O forse è il mondo ad aver deciso di bloccarci qui.»
Parlarono a bassa voce, come se ogni parola potesse incrinare quel fragile incantesimo.
Scoprirono di non avere bagagli, se non un libro consumato che lui portava nella tasca interna del cappotto e un taccuino che Maria teneva in borsa.
Nessuno dei due confessò da dove veniva, né verso dove stava andando.
Era come se l’aeroporto avesse cancellato il passato e il futuro, lasciando soltanto un presente sospeso.

La neve intanto cadeva più fitta, annerendo i vetri.
Le luci d’emergenza tremolavano come candele.
Quando lui le prese la mano, Maria non provò sorpresa, solo la certezza che quel gesto fosse l’unico possibile.
Le dita di lui erano fredde, ma pulsavano di un calore che sembrava provenire da lontano.
«Se domani il mondo ricomincerà» sussurrò lui, «lei ricorderà questo momento?»
Maria esitò. «Forse non ci sarà un domani. Forse questa è l’unica notte che ci è concessa.»
Lui annuì, come se avesse atteso proprio quella risposta.
Si alzarono e, senza un piano, camminarono lungo i corridoi vuoti.
Ogni passo cancellava il suono dell’altro, come se la neve nera stesse assorbendo anche il tempo.
Giunsero a una porta d’emergenza che dava sulla pista.
Un vetro opaco lasciava intravedere soltanto il bagliore scuro della tempesta.
Lui la spinse piano, e l’aria fredda entrò come una lama.
«Non so nemmeno il suo nome» disse Maria, tremando.
«I nomi servono solo a chi deve restare» rispose lui.
Uscirono.
La neve cadeva in fiocchi lenti, nerissimi, che non bagnavano.
Maria chiuse gli occhi e sentì il mondo dissolversi in un silenzio assoluto.
Quando li riaprì, l’uomo non c’era più.
Solo allora si accorse che la pista era deserta, che non c’erano aeroplani, né torri di controllo, né luci a indicare la direzione.
Dietro di lei la porta era sparita, come se non fosse mai esistita.
Si guardò le mani: erano pulite, asciutte, e nella destra stringeva il libro che lui aveva tenuto con sé.
Sulla copertina, una sola parola incisa in argento: Ricominciare.
Maria sorrise.
Non sapeva dove fosse, né se il mondo l’avesse davvero lasciata indietro.
Ma per la prima volta, da molto tempo, non aveva paura.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
