Palermo, ad Unipa Giuseppina Biondo presenta “Lingua di Mezzo”: la Schwa per abbattere le differenze
La lingua, mezzo con il quale abbiamo necessità di rapportarci per comunicare con il prossimo, non è caratterizzata dalla staticità, si evolve, muta, si relaziona con la società che dopo tutto cambia continuamente volto e carattere. Una società pregna di cultura, tradizioni, modi di essere, di identità e se una cultura è vitale, la sua lingua non potrà che evolvere; se cambiano le società cambiano anche le necessità linguistiche; se ci muoviamo noi, la lingua non potrà che seguirci. La lingua, però, oltre a rispecchiare il volto di una comunità, ha il compito di renderla compatta, unita, e come diceva Don Lorenzo Milani “È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui”, l’espressione di chi, per diversi e ovvi motivi, non si rispecchia nelle “etichette” culturali e ha necessità di identificarsi in un’identità “più ampia” che trova spazio proprio nella dimensione linguistica. Nel millennio che s’è aperto la nostra società grida a gran voce che ci sia maggiore apertura verso le diversità, verso quelle condizioni di vita che certamente si scontrano con i canoni culturali tradizionali e non sono perfettamente aderenti con gli stereotipi. Ed è qui che la lingua corre in soccorso, con la sua dimensione mutevole, anche se ancora bisogna fare tanti passi avanti. I due generi grammaticali che la lingua italiana mette a disposizione non sono più capaci di abbracciare la moltitudine di generi umani, che chiedono di essere riconosciuti. “Proprio con la scelta delle parole si può più o meno consapevolmente ferire, discriminare, offendere, escludere. Un linguaggio inclusivo darebbe a tutti la possibilità di sentirsi rappresentati nella loro stessa lingua, da cui invece alcuni si sentono ad oggi esclusi”, afferma la linguista Vera Ghero, ed effettivamente è così. La nostra storia, i nostri ideali, il nostro pensiero: tutto traspare appena parliamo. E lo diceva perfettamente anche il linguista Giorgio Cardona, quando affermava che “Le parole da noi usate raccontano ciò che siamo, ciò che vorremmo essere, ciò che pensiamo di essere”, proprio come se la nostra anima si guardasse allo specchio e rivelasse chi è realmente. Bisogna rendere la lingua inclusiva e tentare di rendere accogliente anche la comunità di parlanti. È la sfida, certamente ardua, che si è ripromessa di vincere la filologa e poetessa Giuseppina Biondo, autrice di una raccolta di poesie che si pongono in netto contrasto con la Poesia standard, ma che certamente sono da stimolo per tentare di attenuare, con la lingua, le differenze di genere che ancora oggi riscontriamo. Un dibattito intenso, molto partecipato, quello che si è svolto questa mattina nell’aula Cocchiara dell’edificio 12 di Viale delle Scienze a Palermo, nell’ambito del ciclo di seminari “Le parole nel testo”, organizzato dal professore Vincenzo Pinello.


Oltre alla partecipazione consueta degli studenti della facoltà di Lettere del corso di studi di Lingua e Testualità, ospiti d’eccezione, anche i ragazzi di una quinta del Liceo “Regina Margherita” di Palermo, che hanno intrapreso un percorso linguistico sulla base anche delle raccolte della Biondo. “Lingua di mezzo”, titolo d’impatto quello che Giuseppina Biondo ha voluto dare alla sua raccolta di poesie “controcorrente”, parecchio apprezzate, in questi primi mesi dal suo esordio, sia dal pubblico che dalla critica.

Questa raccolta nasce dall’ascolto e dalla condivisione di abitudini e usi linguistici differenti, riscontrati da Giuseppina Biondo negli studenti di un Liceo Linguistico di Milano, scuola in cui per pochi mesi fece una supplenza nel 2021. Giuseppina Biondo ha tentato di registrare un pensiero nuovo e a educare il suo stesso pensiero, sulla base delle innovazioni linguistiche apprese. “Ho provato a dare spazio agli altri e ciò ha contribuito a dare spazio e consistenza anche a me stessa”, afferma soddisfatta dinanzi ad una platea di studenti. Parlare di lingua oggi è superlfuo? Mentre cadono bombe, mentre c’è la guerra, la lingua può essere veicolatrice di un pensiero di guerra? Sono solo alcuni dei tanti quesiti che si sono posti, durante il dibattito, gli studenti di Unipa e del “Regina Margherita”. La lingua è pensiero, come abbiamo precedentemente detto; riflette il modo di ragionare di una persona, di un popolo. La lingua riflette molto di noi. Abbiamo bisogno di curare la lingua, le parole, per maturare un ragionamento, la logica, le azioni. Certamente ciò che ha garantito questo grande successo di “Lingua di Mezzo” è l’utilizzo di una lingua inclusiva, accessibile a tutti, ma anche l’uso di un espediente linguistico: la Schwa. Espediente che dà spazio a chi ha un’identità “più ampia” e che trova l’equilibrio tra il maschile e il femminile. “Ho capito, col tempo, che la Schwa non fosse una moda ma una necessità. È diventata una forma di rispetto. Ai ragazzi sembra giusto che venga utilizzato: è come dare del “lei” a qualcuno più grande di noi”, ha detto l’autrice ai ragazzi. Bisogna educare i giovani alla Schwa, bisogna far capire alla comunità di parlanti che la lingua deve includere, non escludere. Ma se si crea un lessico inclusivo si rischia, purtroppo, l’accanimento di lettori bigotti che non la pensano allo stesso modo e che criticano eccessivamente l’opera letteraria in questione. Anche Giuseppina Biondo è stata soggetta a moltissime critiche in merito ai suoi scritti e all’ausilio di questo linguaggio inclusivo. È del resto un rischio che bisogna correre quando nella vita ci si vuole dedicare alla pubblicazione di libri, soprattutto che siano provocatori e anticonformisti. E l’anticonformismo si riscontra anche in molte delle poesie della raccolta di Giuseppina Biondo, in cui anche alcune regole standard della grammatica italiana vengono meno evidenziando, invece, l’esordio di un italiano neo – standard che tenga conto anche delle abitudini linguistiche di una Generazione Z, quella che è nata dopo il 2000, che ha necessità di approcciarsi ad una lingua inclusiva, e per questo tenta inconsapevolmente di cambiarla. La raccolta della Biondo è piena di componimenti che presentano giochi di parole, anafore, verbi perlopiù intransitivi, e compare, come evoluzione della lingua in materia di inclusività, il genere neutro con la forma di un asterisco oppure con la ə come vocale finale. Tutto diventa strumento della lingua e per la lingua. L’autrice ha necessità di comprendere i tempi e soprattutto le modalità comunicative di oggi, tracciare un bilancio di cosa è stata la lingua in passato e cosa, adesso, è diventata. Molti credono che sia un evoluzione, qualcosa di nuovo: in realtà è un ritorno al passato, un ritorno a quel latino in cui tra i generi grammaticali trovavamo anche il neutro. Soltanto che adesso si utilizza la schwa, perché introdurre un terzo genere forse è complicato, che è diventata una sorta di “vocale” inclusiva che rende universale il testo, amplifica anche lo scrittore, il lettore e i personaggi. Dalle nuove generazioni c’è sempre qualcosa da imparare, potremmo dire che venticinque anni sono una generazione e in una generazione cambiano molte cose, nascono nuove tecnologie, terminano epoche. E la lingua, che fortunatamente muta e diventa sempre più inclusiva, ci fa ben sperare, affinchè un giorno non dovremo più giusticare l’utilizzo di un simbolo come la Schwa, perché sarà normale utilizzarlo. Speriamo che questo giorno arrivi presto, speriamo che la battaglia di Giuseppina Biondo possa essere vinta da una lingua simbolo di “diversità” e inclusività.
Qui, di seguito, tra delle poesie più significative della raccolta “Lingua di Mezzo”.



Giornalista pubblicista
