Pisa, studenti manganellati: lettera aperta del Siap alla madre di Gemma, una delle studentesse presenti al corteo

La Polizia ieri ha caricato e preso a manganellate gli studenti durante i cortei pro-Palestina a Pisa, 11 ragazzi sono rimasti feriti. “Mia figlia minorenne non poteva difendersi ha detto al poliziotto di fermarsi, ma non è stato così. Ancora ho il disgusto e i brividi per quello che è accaduto…” scrive una madre su Facebook. Il Siap Nazionale attraverso una lettera aperta risponde a Sara Costanzo, mamma di Gemma, una delle studentesse rimasta ferita nel corso del corteo.
Pubblichiamo integralmente la lettera del Siap
“Di fronte alle sue parole, noi che rappresentiamo e tuteliamo i diritti e il lavoro dei poliziotti ai quali chiede con quali occhi guarderemo in faccia i nostri figli, dopo che, purtroppo, sua figlia è stata personalmente coinvolta negli scontri di Pisa, sento il dovere morale di risponderle da padre e poliziotto. Proprio perché i poliziotti sono cittadini e lavoratori onesti, ma sono anche madri e padri di ragazzi e ragazze che hanno il diritto di crescere bene, sani e in una democrazia che consenta a tutti, di essere socialmente e politicamente liberi. È vero, quello che è successo non doveva succedere, come molto spesso non dovrebbero accadere molti fatti che costellano la nostra quotidianità, ma i fatti accadono perché si sommano i comportamenti e le mancanze di più soggetti. Resta il fatto che in quella piazza fisicamente c’erano gli attori di una pagina che è oggetto di dettagliate valutazioni e approfondimenti delle preposte autorità, ma dopo gli scontri al solito chi parla e giudica da fariseo, in quella piazza non c’era.. Non c’era Lei, che giustamente ha dato a sua figlia la libertà di esserci e non c’erano coloro che adesso giudicano, chi in modo equilibrato e chi in modo sguaiato e strumentale, alimentando ad arte un conflitto sociale e uno scontro con i poliziotti che ci preoccupa.
Signora Sara Le posso assicurare, senza timore di essere smentito, che tutte le madri e padri poliziotti e poliziotte che come Lei amano i propri figlioli, non impediranno mai a loro di partecipare ad una manifestazione pacifica di dissenso, oppure organizzata per rivendicare i diritti propri ed altrui per timore di chi, come i poliziotti devono lavorare in quelle piazze per garantire l’ordine e la sicurezza pubblica di tutti i cittadini e le istituzioni. È giusto allora chiedersi chi, oltre alla Polizia di Stato, deve contribuire a garantire tutto questo, entro quali limiti e attraverso quali strumenti e sinergie. È importante ed opportuno definire titoli e responsabilità: ruoli e competenze che. se confusi, o peggio, artatamente manipolati a seconda della prevalenza degli interessi in gioco, finiscono con il creare caos e sovrapposizioni di responsabilità. Di qui la necessità di distinguere il ruolo politico da quello istituzionale e attribuire a ognuno di essi le parti che competono. Occorre partire dalla concezione che ognuno di noi ha di “ordine pubblico”, cosa si intende per sicurezza pubblica, superando i tanti soggettivismi e le diverse estrazioni culturali e politiche che tendono ad emergere e a prevalere.
I costituzionalisti sostengono che la sicurezza pubblica è quel bene che garantisce non solo l’incolumità fisica dei cittadini, ma anche l’integrità dei loro beni materiali e immateriali. L’ordine pubblico evoca due diversi interessi, entrambi di rilievo costituzionale, concernenti l’uno i diritti di libertà di quanti intendono incontrarsi e pacificamente discutere e manifestare, l’altro, dell’intera collettività, che non può né deve subire pregiudizio alla propria sicurezza e libertà.
Le strategie che la polizia adotta per contemperare la tutela di due diritti non antagonisti, vengono percepite spesso in maniera contraddittoria. I cittadini finiscono col vedere i due diritti sub specie di interessi contrapposti al punto da ritenere che lo Stato, in quel momento rappresentato dalle forze di polizia, stia tutelando l’uno in danno dell’altro. Cosicché l’intervento “repressivo” che si manifesta quando il diritto di riunirsi viola le regole e le prescrizioni delle Autorità di Pubblica Sicurezza non assume più connotazioni pacifiche ma violente, aspetto che viene vissuto spesso come un vulnus che viola diritti primari di libertà. Mentre è assolutamente chiaro che l’uso della forza viene esercitata in occasione di manifestazioni violente e/o armate, a meno che non si individuino modi diversi per sedare folle aggressive e violente, com’è avvenuto a Pisa. L’esperienza conferma che spesso le forme di protesta portano alla radicalizzazione del confronto/conflitto e sfociano inevitabilmente in manifestazioni con tratti violenti e preordinati. E di fronte al dramma delle degenerazioni violente della protesta, è inevitabile che sui lavoratori di polizia si scarichino le tensioni sociali e politiche incombenti e irrisolte che non hanno trovato soluzione in altre sedi.
Non comprendere questo significa non voler comprendere né il nostro ruolo né il valore della nostra missione. Serve allora un grande senso di responsabilità, che sappia gestire i confini fra il dissenso e la protesta della piazza, così come vanno delineati con chiarezza limiti e forme entro i quali dissenso e protesta non rischino di valicare il confine della tutela di diritti uguali che, possono apparire contrapposti ma che i poliziotti e le autorità, devono comunque tutelare ed affermare. Ciò significa che al di la dei fatti, che giustamente devono essere chiariti e la strumentale demagogia bipartisan, che sta travolgendo l’opinione pubblica, quello che conta sono i valori nei quali ognuno di noi crede e questo vale anche per le donne e uomini che indossano l’uniforme della Polizia di Stato che sono al servizio dello Stato e di tutti i cittadini, nel congedarmi la saluto cordialmente.”

Giornalista
