Ricordare non basta: le foibe e l’educazione alla complessità
Il Giorno del Ricordo non è una ricorrenza rassicurante.
Non nasce per pacificare le coscienze, né per offrire una memoria pronta all’uso. Nasce, piuttosto, da una frattura: da una lunga rimozione, da un silenzio che per decenni ha accompagnato una delle pagine più laceranti del Novecento italiano ed europeo.
Le foibe non sono solo un evento storico da commemorare. Sono un problema civile. E come tutti i problemi civili, interrogano il presente più di quanto sembrino appartenere al passato.
Tra il 1943 e il 1947, nelle terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, si consumò una violenza che non può essere compresa se isolata dal contesto storico che la generò. Il crollo degli Stati, la guerra totale, il fascismo di confine, le politiche di snazionalizzazione, l’occupazione, la vendetta, la paura, il vuoto di potere: tutto concorse a trasformare il confine orientale in un laboratorio estremo di disumanizzazione.
Le foibe furono il punto di caduta di questa storia. Luoghi di eliminazione fisica, ma anche simbolica. In quelle cavità finirono militari, funzionari del regime, ma anche civili, intellettuali, donne e uomini colpiti non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che rappresentavano. Non una giustizia sommaria, ma una logica di annientamento.
E tuttavia, ciò che rende ancora oggi le foibe difficili da affrontare non è soltanto la loro brutalità. È il modo in cui, come società, abbiamo faticato a raccontarle. Per troppo tempo, questa memoria è rimasta imprigionata tra opposte strumentalizzazioni: negata, minimizzata, oppure usata come clava ideologica. In entrambi i casi, tradita.

Il Giorno del Ricordo nasce proprio per spezzare questo schema. Non per riscrivere la storia, ma per assumerla nella sua complessità. Perché la storia non è un tribunale morale semplificato. È un terreno accidentato, in cui le responsabilità vanno riconosciute senza trasformare il dolore in competizione.
Ed è qui che entra in gioco la scuola, e con essa la funzione più alta dell’educazione civica. Ricordare le foibe non significa chiedere agli studenti un’adesione emotiva immediata. Significa educarli a un esercizio più difficile: sostenere la complessità senza semplificare, distinguere la spiegazione dalla giustificazione, comprendere i contesti senza assolvere la violenza.
In un tempo come il nostro, segnato da polarizzazioni rapide, da narrazioni urlate, da memorie selettive, il rischio è quello di ridurre anche il ricordo a slogan. Ma una memoria che non educa al pensiero critico diventa fragile. E una memoria fragile è facilmente manipolabile.
Le foibe parlano ancora alla società contemporanea perché mostrano cosa accade quando l’identità diventa assoluta, quando il confine non è più un luogo di incontro ma di esclusione radicale, quando la violenza viene percepita come necessaria per rifondare un ordine. Sono dinamiche che non appartengono solo al Novecento. Tornano, ogni volta che il linguaggio smette di distinguere e comincia a cancellare.
Per questo il lavoro educativo sul Giorno del Ricordo non può limitarsi alla commemorazione. Deve diventare educazione alla responsabilità storica. Insegnare che la memoria non è vendetta, che il dolore non è un’arma, che la storia non serve a dividere i vivi, ma a renderli più consapevoli.
Ricordare le foibe, allora, non è solo un atto di pietà verso le vittime.
È un atto di vigilanza democratica.
È l’impegno a non trasformare mai la complessità in silenzio, né il silenzio in indifferenza.
E forse, oggi più che mai, è questo il compito più urgente dell’educazione civica: formare coscienze capaci di ricordare senza odiare e di comprendere senza giustificare.

Maria Cucchiara – Docente di filosofia e storia, scrittrice e collaboratrice di Radio Amica. Appassionata di cultura, attualità e impegno sociale, racconta la realtà con sensibilità e sguardo critico, unendo attenzione al territorio e apertura internazionale.
