Robot a 10 euro l’ora: chi paga la pensione?

Costano meno di 10 euro l’ora, lavorano senza pausa pranzo, non chiedono ferie e, almeno per ora, non scioperano. Il datore di lavoro ideale? Quasi. Perché c’è un piccolo dettaglio: i robot umanoidi non pagano i contributi previdenziali. Ed è qui che il trend più visibile dell’intelligenza artificiale smette di sembrare solo una scena da film di fantascienza e diventa una questione molto concreta. Se un numero crescente di lavoratori viene sostituito da macchine, chi finanzierà domani pensioni, sanità e welfare? La domanda può sembrare provocatoria, ma lo è molto meno di quanto sembri: se un robot prende il posto di un lavoratore, il suo “datore di lavoro” dovrebbe versare contributi anche per lui? Perchè il robot lavora, ma non versa un euro. Il vantaggio economico è evidente. Un umano va pagato, formato, assicurato e accompagnato – giustamente – da un sistema di tutele. Un robot umanoide, invece, ha un costo operativo sempre più competitivo. Niente tredicesima. Niente ferie. Niente malattia. E soprattutto, niente contributi previdenziali. Fantastico per il bilancio aziendale. Un po’ meno fantastico per il sistema previdenziale, che continua però ad avere bisogno di persone – o meglio, di contributi – per restare in piedi. Il rischio è il classico paradosso dell’automazione: più macchine producono ricchezza, meno lavoratori contribuiscono al welfare. E a quel punto qualcuno dovrà trovare il modo di far quadrare i conti. Spoiler: difficilmente sarà il robot a compilare il modello fiscale.
La “tassa sui robot”: fantascienza o inevitabilità?
L’idea di far pagare contributi alle aziende che sostituiscono lavoratori con macchine torna ciclicamente nel dibattito internazionale. Non si tratterebbe, naturalmente, di dare una busta paga al robot e chiedergli se preferisce il fondo pensione aperto. Il punto sarebbe un altro: tassare o contributivamente compensare una parte del valore generato dall’automazione. In altre parole: se una fabbrica sostituisce cento lavoratori con cento umanoidi, il vantaggio sui costi non può trasformarsi automaticamente in un buco per la previdenza. Perché l’efficienza è bellissima. Ma anche la pensione, quando arriva, non è male.
La corsa dei robot passa soprattutto dalla Cina

Gli umanoidi rappresentano uno degli effetti più spettacolari e visibili della rivoluzione AI. E, come spesso accade quando si parla di tecnologia strategica, la partita più importante si gioca tra Cina e Stati Uniti. Pechino e Washington corrono testa a testa per la supremazia tecnologica: intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica, infrastrutture digitali. Una gara in cui l’Europa rischia troppo spesso di fare da spettatrice. Magari con un ottimo posto in tribuna, ma sempre in tribuna. Il dato è eloquente: tra le 50 maggiori aziende tecnologiche del mondo, soltanto quattro sono europee. Quattro. In pratica, mentre Stati Uniti e Cina costruiscono piattaforme, chip, modelli di AI e robot, l’Europa rischia di eccellere soprattutto in una disciplina tutta sua: discutere di come regolamentare tecnologie che altri hanno già costruito.
Draghi ci riprova: l’Europa non può permettersi il declino
È anche da questa preoccupazione che nasce la nuova iniziativa di Mario Draghi, deciso a trasformare le indicazioni del suo Rapporto sulla competitività europea in proposte concrete. L’obiettivo è chiaro: evitare il declino tecnologico e industriale dell’Europa. Perché la questione non riguarda soltanto i robot umanoidi. Riguarda chi possiederà le tecnologie del futuro, chi controllerà le infrastrutture digitali, chi produrrà l’intelligenza artificiale e, soprattutto, chi incasserà la ricchezza generata da questa trasformazione. Se l’Europa non costruisce campioni tecnologici, rischia di ritrovarsi nella posizione più scomoda: comprare la tecnologia americana, i robot cinesi e poi discutere su come pagarne le conseguenze sociali. Non esattamente un piano industriale da incorniciare. Il vero problema, infatti, non è il robot, ma chi resta fuori. Demonizzare gli umanoidi sarebbe inutile. La tecnologia non si ferma perché qualcuno la guarda male. E i robot possono aumentare produttività, sicurezza e competitività, soprattutto nei lavori più pesanti o pericolosi. Ma ogni rivoluzione tecnologica presenta un conto. Il punto non è scegliere tra lavoratori e macchine. Il punto è capire come distribuire la ricchezza prodotta dalle macchine senza svuotare il sistema che protegge i lavoratori. Perché se il futuro sarà popolato da robot da meno di 10 euro l’ora, la domanda non sarà soltanto: “Quanti posti di lavoro sostituiranno?” La domanda, molto più concreta, sarà: “Chi pagherà le pensioni di chi quei robot hanno sostituito?” E forse è arrivato il momento di pensarci prima che il primo umanoide si presenti alla macchina del caffè e scopra che, almeno quella, è ancora a pagamento.

