Trent’anni dall’omicidio di Giuseppe Di Matteo, Intravaia: “Sgomento intatto, dovere di contrastare la mafia ogni giorno”
A trent’anni dal brutale omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il ricordo di quella tragedia continua a suscitare dolore e indignazione. Il bambino, rapito all’età di 12 anni e tenuto prigioniero per oltre sei mesi, venne poi strangolato e sciolto nell’acido da uomini di Cosa nostra: uno dei delitti più efferati della storia della mafia siciliana. A ricordarlo è il deputato regionale di Forza Italia Marco Intravaia, componente della Commissione Regionale Antimafia, che ha voluto sottolineare come, nonostante il tempo trascorso, la ferita resti aperta nella coscienza collettiva.
«Sono trascorsi trent’anni dall’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, ma il sentimento di sgomento rimane intatto in tutti noi – afferma Intravaia –. Il bambino fu rapito per sei mesi, per poi essere strangolato e sciolto nell’acido dalla mafia. Resta un triste esempio degli orrori e della brutalità di cui è capace la criminalità organizzata, che nonostante i duri colpi subiti da parte dello Stato, continua a rimanere pericolosa e a rialzare la testa. Tutti noi abbiamo il dovere di contrastarla, ognuno compiendo il proprio dovere nella quotidianità».

Sono trascorsi trent’anni dal brutale omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, una delle pagine più atroci della storia di Cosa nostra e una ferita che continua a segnare profondamente la memoria collettiva siciliana e italiana. Il suo nome è diventato simbolo dell’innocenza violata e della crudeltà senza limiti della mafia negli anni più bui della stagione stragista. Giuseppe aveva appena 12 anni quando, il 23 novembre 1993, venne rapito da un commando mafioso travestito da agenti di polizia. Gli uomini del clan gli dissero che lo stavano portando dal padre, Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia e testimone chiave del processo sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Era un inganno. Da quel momento iniziò un incubo durato 779 giorni.
Il bambino fu trasferito in diversi covi tra la provincia di Palermo e quella di Trapani, costretto a vivere in condizioni disumane, sorvegliato da boss e picciotti che eseguivano gli ordini dei vertici di Cosa nostra. Il suo sequestro fu un atto di feroce intimidazione nei confronti del padre, affinché ritrattasse le sue dichiarazioni contro i capi dell’organizzazione. Il 11 gennaio 1996, dopo più di due anni di prigionia, arrivò l’ordine definitivo: Giuseppe doveva essere eliminato. Fu strangolato e il suo corpo venne sciolto nell’acido, nel tentativo di cancellarne ogni traccia. Un delitto che sconvolse l’Italia e che ancora oggi rappresenta il punto più basso della barbarie mafiosa.
Negli anni successivi, grazie alle indagini e alle collaborazioni di diversi pentiti, furono individuati e condannati i responsabili materiali e i mandanti del sequestro e dell’omicidio. A trent’anni di distanza, la storia di Giuseppe Di Matteo continua a essere un monito e un impegno morale. Ricordarlo significa ribadire che la mafia non è un fenomeno del passato, ma una minaccia che richiede vigilanza, responsabilità e coraggio quotidiano. Significa anche riconoscere il valore della memoria come strumento di educazione civile, affinché tragedie simili non possano mai più ripetersi.
Giuseppe non è solo una vittima: è il simbolo di ciò che la mafia ha tentato di distruggere e di ciò che la società deve difendere con determinazione. La sua storia continua a parlare, a scuotere le coscienze e a ricordare che la lotta alla criminalità organizzata è un dovere che appartiene a tutti.
Giornalista
