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Ucraina, pace sospesa tra promesse e veti: gli Stati Uniti muovono i fili, l’Italia resta sullo sfondo.

Il conflitto in Ucraina è arrivato a un crocevia delicato. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato che entro due settimane si capirà se è possibile costruire una vera pace. Una dichiarazione che è suonata più come un ultimatum che come un auspicio: o Mosca e Kiev accettano di sedersi a un tavolo, o la Casa Bianca sarà costretta a rivedere strategia e impegno.

Dall’altra parte, Volodymyr Zelensky risponde con amarezza: la Russia, afferma, non vuole un vertice. Mosca preferirebbe logorare il fronte con le armi piuttosto che concedere legittimità a un incontro diretto con Kiev. Un muro che rischia di trasformare l’attesa di Trump in una scadenza sterile.
Eppure, le ipotesi di un tavolo diplomatico circolano da settimane. Si parla di sedi “neutrali” come la Svizzera, l’Austria o la Turchia, Paesi in grado di offrire sicurezza e visibilità internazionale. Ma nessuna di queste opzioni sarà percorribile senza una cornice di garanzie militari e politiche condivise. È qui che gli Stati Uniti cercano di esercitare il loro peso, proponendosi come regista e garante di un compromesso che possa salvare la faccia a tutti i contendenti.
Il ruolo americano, tuttavia, non è neutrale. Washington non si limita a mediare: orienta, detta tempi, minaccia alternative. L’Europa, ancora una volta, appare divisa e fragile: Francia e Germania cercano spazi di protagonismo, ma le decisioni reali si prendono oltreoceano.
E l’Italia? Roma rimane marginale, relegata a partner affidabile ma silenzioso, schiacciata tra la fedeltà atlantica e la necessità di non alienarsi Mosca, ancora interlocutore energetico ed economico. Il governo osserva, partecipa ai vertici, ma non guida. La voce italiana si perde nei corridoi di Bruxelles, incapace di incidere su uno scenario che si gioca altrove.
Il rischio è che, mentre Trump fissa il countdown della pace e Zelensky denuncia i veti russi, l’Europa e l’Italia restino comparse in una partita globale che riguarda la loro sicurezza prima ancora che quella americana.
La pace, oggi, è un tavolo apparecchiato ma ancora vuoto. La domanda non è solo se si farà un vertice, ma chi avrà davvero il diritto di sedersi e di contare.