Italia fuori dal Mondiale: esplode la bufera su Gravina. E gli atleti italiani insorgono dopo le sue dichiarazioni
Nella notte più amara del calcio italiano, mentre la Nazionale cade ancora una volta – la terza consecutiva – fuori dal Mondiale, arriva anche la frase che nessuno si aspettava. E che nessuno avrebbe voluto sentire. «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettanti.» Le “perla”del presidente della Figc, Gabriele Gravina, rimbalza nel vuoto lasciato dagli azzurri sconfitti ai rigori dalla Bosnia e finisce per incendiare un Paese già ferito, già stanco di spiegazioni, già saturo di delusioni.
Il boomerang della storia
C’è un dettaglio che torna a galla con una precisione quasi crudele. Nel novembre del 2017, dopo la disfatta con la Svezia, fu proprio Gravina, allora Presidente della Lega Pro, a chiedere le dimissioni di Carlo Tavecchio, invocando una “rivoluzione culturale” per il calcio italiano. Oggi quelle parole ritornano come un boomerang. Due Mondiali mancati, un Europeo vinto, ma mai trasformato in un vero rilancio, e ora un nuovo fallimento. La rivoluzione, semplicemente, non c’è stata.
E mentre Gravina parla di sport “dilettantistici”, di atleti “di Stato”, di discipline che non avrebbero i vincoli del calcio, la reazione del mondo sportivo è immediata, compatta, furiosa. Una risposta che non nasce solo dall’orgoglio, ma da anni di sacrifici silenziosi, lontani dai riflettori e dai miliardi del pallone.
La risposta degli atleti: ironia, rabbia, orgoglio
Il primo a replicare è il biatleta Tommaso Giacomel, medagliato olimpico, che affonda con una frase che pesa come un macigno: «Se il calcio è professionismo, allora Sinner è un amatore. Avanti così.» Il pattinatore Pietro Sighel, oro nella staffetta mista, sceglie il sarcasmo: «Se può aiutare qualche calciatore, mi metto a disposizione per fare cambio.» Poi arriva la voce più tagliente, quella della pugile Irma Testa, prima italiana a salire sul ring olimpico e medaglia a Tokyo. Le sue parole sono un pugno allo stomaco: «I veri professionisti siamo noi. Mi alleno più di un calciatore, guadagnando meno dei loro cuochi o delle loro tate. Quando perdo sento il peso di una Nazione che però guarda solo il calcio.»
A chiudere il cerchio, l’ironia di Gianmarco Tamberi. Il campione olimpico di salto in alto risponde a Gravina con un messaggio secco e fulminante: «Dilettanti allo sbaraglio.» Nel post – accompagnato da un’immagine generata dall’IA – compaiono alcuni dei talenti più luminosi dello sport italiano: Jannik Sinner, Kimi Antonelli, Marcell Jacobs, Federica Brignone, Marco Bezzecchi, Nicolò Bulega, lo stesso Tamberi. Tutti in maglia azzurra, come in una foto ufficiale pre-partita. Un’immagine che diventa subito virale, complice la popolarità di “Gimbo” anche al di fuori dell’atletica. E mentre infuria la polemica, un’altra soddisfazione arriva dal ciclismo: Filippo Ganna conquista l’Attraverso le Fiandre (Dwars door Vlaanderen), ricordando che lo sport italiano continua a brillare anche lontano dai campi da calcio.
Un Paese che si interroga
La Nazionale torna a casa, ancora una volta. E mentre il calcio affonda, sono proprio quei “dilettanti” evocati da Gravina a ricordare cosa significhi davvero essere professionisti: sacrificio, risultati, responsabilità. Tutto ciò che il calcio italiano, oggi, sembra aver smarrito. Il dibattito è aperto, e non riguarda solo la sconfitta ai rigori o la gestione tecnica. Riguarda un sistema che da anni si guarda allo specchio senza riconoscersi, che invoca cambiamenti senza mai realizzarli, che pretende rispetto mentre fatica a darlo. In questa notte di delusione e polemiche, una cosa appare chiara: il calcio italiano non è solo fuori dal Mondiale. È fuori da sé stesso.

Giornalista
