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L’amore che non c’era

Lorenzo aveva imparato a distinguere i sogni dalla veglia con la disciplina di un uomo che temeva i propri fantasmi. Eppure, da qualche settimana, ogni certezza gli scivolava via come sabbia tra le dita. Tutto era iniziato una notte d’inverno, quando, aprendo gli occhi in mezzo a un sogno, l’aveva vista.

Era seduta su una panchina di pietra, immersa in una luce che non apparteneva né al sole né alla luna. Non disse il suo nome, ma gli sorrise come se lo conoscesse da sempre. Da quel momento lei tornò ogni volta: nei sogni, nei risvegli improvvisi, nei riflessi delle vetrine, perfino nel brusio della folla.

Lorenzo si convinceva che fosse solo un’invenzione della mente, una proiezione del suo desiderio di amare ancora. Ma allora come spiegare l’odore di gelsomino che rimaneva sulle sue mani al mattino? Come giustificare i fogli del suo taccuino, riempiti di frasi che lui giurava di non avere scritto?

Ogni incontro era identico e diverso allo stesso tempo. Lei parlava poco, ma ogni parola lo feriva e lo guariva insieme. Gli raccontava di una vita mai vissuta, di viaggi in città che lui non aveva mai visitato, di ricordi che avrebbero potuto appartenergli. Più cercava di dimenticarla, più lei si faceva presente, fino a trasformare la sua esistenza in un continuo confine tra due mondi.

Una notte, mentre la città reale taceva, Lorenzo le chiese se fosse un sogno o carne viva. Lei lo guardò con occhi che sembravano custodire secoli e disse soltanto: «La risposta non cambierebbe il sentimento che provi». Poi lo baciò, e in quel bacio il tempo si frantumò.

Quando si svegliò, la sua stanza odorava ancora di gelsomino e sulle lenzuola c’era l’impronta leggera di un corpo accanto al suo. Non seppe mai se fosse amore o illusione, ma comprese che la differenza non aveva più importanza.

Da quel giorno Lorenzo visse sospeso, certo soltanto di una verità: ci sono incontri che non hanno bisogno di esistere per restare eterni.