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L’Europa davanti allo specchio: il caso Sánchez e la prova della coerenza

Ci sono eventi destinati a consumarsi nell’arco di pochi giorni e altri che, pur nascendo dalla cronaca, finiscono per trasformarsi in interrogativi destinati a durare nel tempo. Il caso che vede protagonista il presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Non perché sia in discussione il destino politico di un singolo leader, ma perché, ancora una volta, l’Europa è chiamata a confrontarsi con la domanda più difficile di tutte: quanto è fedele ai principi sui quali afferma di essere stata costruita?

La crisi migratoria di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo un tema che da anni attraversa l’Unione senza trovare una sintesi condivisa: il rapporto tra sicurezza, solidarietà e responsabilità comune. Come ha evidenziato The Guardian, il confronto di questi giorni non riguarda soltanto il controllo delle frontiere, ma investe il significato stesso dell’identità europea e della solidarietà tra gli Stati membri.

Per comprendere la portata della vicenda è necessario fare un passo indietro. Ceuta è una piccola città spagnola situata sulla costa nordafricana. Pur trovandosi geograficamente in Africa, costituisce territorio dell’Unione Europea e rappresenta uno dei suoi confini esterni più delicati. Negli ultimi giorni migliaia di migranti, provenienti in larga parte dall’Africa subsahariana e già presenti in territorio marocchino, hanno tentato di raggiungere la città attraversando il mare a nuoto o utilizzando mezzi di fortuna. Alla base di quella corsa disperata vi è stato l’allentamento dei controlli lungo il confine e la convinzione, diffusasi tra molti migranti, che quello fosse il momento più favorevole per entrare in territorio europeo. Le immagini di uomini, donne e perfino bambini che si sono gettati in acqua, sfidando correnti e onde nella speranza di raggiungere la costa spagnola, hanno fatto rapidamente il giro del mondo, trasformando una crisi locale in una questione politica di dimensione continentale. È proprio da quelle immagini che prende avvio il dibattito odierno. (The Guardian, Financial Times, Euronews).

È in questo contesto che si colloca la dura presa di posizione di Pedro Sánchez. In una lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee, il presidente del Governo spagnolo ha accusato alcuni partner dell’Unione di aver affrontato la crisi con egoismo, pregiudizi e calcoli politici, anziché con quello spirito di solidarietà che costituisce uno dei pilastri del progetto europeo. Secondo Sánchez, quando uno Stato membro si trova a difendere uno dei confini esterni dell’Unione, non dovrebbe essere lasciato solo, perché ciò che accade su quel confine riguarda l’Europa nel suo insieme e non esclusivamente il Paese direttamente coinvolto. Anche Euronews ha sottolineato come il confronto abbia rapidamente assunto una dimensione che va ben oltre il caso spagnolo.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Alcuni governi hanno chiesto misure straordinarie e un approccio più rigoroso nella gestione della crisi; altri hanno ribadito che la tutela delle frontiere esterne rappresenta una responsabilità condivisa e che nessuno Stato membro può essere chiamato ad affrontarla da solo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso sostegno alla Spagna, riaffermando la necessità di rafforzare la cooperazione europea e la protezione delle frontiere esterne. Ancora una volta, tuttavia, il confronto ha mostrato quanto sia difficile trasformare l’idea di Europa in una concreta comunità politica.

È proprio qui che la cronaca smette di essere semplice cronaca e diventa filosofia.

Immanuel Kant, nel suo celebre saggio Per la pace perpetua, sosteneva che una comunità internazionale può definirsi autenticamente giuridica soltanto quando le regole non dipendono dalla forza di chi le invoca né dalla convenienza di chi le applica. Il diritto, per sua natura, è impersonale. Non distingue tra amici e avversari, tra governi graditi e governi sgraditi. O vale per tutti, oppure smette di essere diritto e si trasforma in un semplice strumento del potere.

È una riflessione sorprendentemente attuale.

Le istituzioni, infatti, non dimostrano la loro credibilità quando tutto procede senza ostacoli. La dimostrano quando sono chiamate ad applicare gli stessi principi proprio nei momenti in cui sarebbe più facile sacrificarli all’opportunità politica. Hannah Arendt osservava che il potere conserva la propria legittimità soltanto se rimane fedele ai valori che ne hanno giustificato l’esistenza. Quando la coerenza viene sostituita dalla convenienza, la crisi non è soltanto politica: è anzitutto morale.

Per questo il caso Sánchez supera inevitabilmente la figura dello stesso premier spagnolo.

Non è necessario condividere ogni scelta del suo governo per riconoscere che la questione sollevata merita una riflessione seria. La domanda non è se Pedro Sánchez abbia ragione o torto nelle sue valutazioni politiche. La vera domanda è un’altra: l’Europa è ancora capace di comportarsi come una comunità di diritto quando uno Stato membro attraversa una crisi che coinvolge l’intera Unione, oppure i principi comuni vengono interpretati secondo la convenienza del momento?

Il Financial Times ha osservato come la crisi di Ceuta abbia riportato alla luce profonde divisioni tra gli Stati membri sulla gestione dell’immigrazione e sulla solidarietà europea. The Guardian ha evidenziato il contrasto tra la retorica dell’unità e la difficoltà di tradurla in una risposta condivisa. Numerosi analisti internazionali hanno infine rilevato come il caso spagnolo rappresenti ormai il simbolo di un interrogativo più ampio: quale distanza separa oggi i valori proclamati dall’Unione Europea dalla loro concreta applicazione?

Forse, però, il punto non è Pedro Sánchez.

Il punto è l’Europa.

Ogni civiltà, prima o poi, è chiamata a sostenere un esame di coscienza. Non davanti ai propri successi, ma davanti alle proprie contraddizioni. È nei momenti difficili che i principi cessano di essere formule solenni scritte nei trattati e diventano decisioni concrete, spesso scomode. È proprio allora che si comprende se quei principi costituiscano davvero il fondamento di una comunità oppure rappresentino soltanto una raffinata dichiarazione d’intenti.

L’Unione Europea ama definirsi una comunità fondata sul diritto, sulla solidarietà e sull’uguaglianza tra gli Stati. Ma il diritto non può essere intermittente. La solidarietà non può essere selettiva. L’uguaglianza non può cambiare significato a seconda del governo coinvolto o della convenienza politica del momento. Se ciò accade, quei valori continuano forse a vivere nei documenti ufficiali, ma cessano lentamente di abitare la coscienza dei cittadini.

Aristotele, nell’Etica Nicomachea, scriveva che la giustizia è la più alta tra le virtù perché riguarda sempre il nostro rapporto con gli altri. Una giustizia che cambia volto in base a chi abbiamo di fronte non è più giustizia: è semplice convenienza travestita da principio. Ed è proprio in quel momento che le istituzioni iniziano a perdere il loro bene più prezioso: la fiducia.

Le crisi migratorie finiranno. Cambieranno i governi. Cambieranno i leader politici e cambieranno persino gli equilibri geopolitici. Ciò che resterà sarà il modo in cui l’Europa avrà scelto di comportarsi quando è stata chiamata a essere coerente con se stessa.

Perché la storia, in fondo, non giudica le istituzioni per le parole che pronunciano nei momenti solenni. Le giudica per le decisioni che assumono quando i principi diventano difficili da difendere. È in quell’istante che si misura la maturità di una democrazia. Ed è davanti a quello specchio che, oggi più che mai, l’Europa è chiamata a riconoscere il proprio volto.