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Meno sbarchi, più morti: il paradosso del Mediterraneo che non fa più notizia

Gli arrivi diminuiscono, ma il mare resta una trappola. E dietro i numeri ci sono corpi, dispersi e responsabilità che non possono essere cancellati dalle statistiche.

C’è un numero che racconta solo metà della storia delle migrazioni nel Mediterraneo: quello degli sbarchi. Gli arrivi irregolari sono diminuiti sensibilmente rispetto agli anni più critici. È un dato reale, rivendicato dai governi come il risultato delle politiche di contenimento, degli accordi con i Paesi di transito e del rafforzamento dei controlli alle frontiere. Ma c’è un altro dato, molto più difficile da ignorare: il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali del mondo. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nel 2025 lungo questa rotta sono morte o risultano disperse almeno 1.330 persone. L’organizzazione avverte inoltre che il numero reale è probabilmente più alto, perché molti naufragi avvengono senza testimoni e senza superstiti. Il paradosso è tutto qui: meno persone riescono ad arrivare, ma questo non significa necessariamente che il viaggio sia diventato più sicuro. Il mare non guarda le statistiche. Le rotte cambiano. Le partenze vengono ostacolate. Le imbarcazioni sono spesso più precarie e i percorsi possono diventare più lunghi e rischiosi. Il risultato è un Mediterraneo nel quale la riduzione degli arrivi non coincide con la scomparsa dell’emergenza. I dati più recenti dell’OIM mostrano che nel 2026, fino all’ultimo aggiornamento disponibile, sono state registrate 1.800 persone morte o disperse lungo le rotte migratorie verso l’Europa, di cui 868 nel Mediterraneo centrale. Sono stime minime, destinate a cambiare con il recupero di nuovi dati.

E dietro ogni cifra c’è una storia. Un bambino. Una madre. Un uomo partito con una fotografia in tasca. Una famiglia che aspetta una telefonata che non arriverà mai.

Undici corpi al largo della Libia

È in questa cornice che assume un peso particolare la drammatica vicenda degli undici corpi individuati in mare al largo di Zuara, in Libia. Secondo la ricostruzione fornita dalle organizzazioni umanitarie, i cadaveri, in avanzato stato di decomposizione, sono stati avvistati da un aereo civile di monitoraggio a circa 57 miglia nautiche dalla costa libica. L’allarme è stato quindi trasmesso alle autorità competenti e un’unità umanitaria ha raggiunto l’area. La tragedia non si è però fermata al ritrovamento dei corpi.

Secondo le denunce delle ONG, nelle stesse ore si sarebbero verificate intercettazioni di imbarcazioni di migranti da parte di mezzi libici, con manovre considerate pericolose. In uno degli episodi denunciati, un mezzo libico avrebbe speronato ripetutamente un gommone prima di procedere all’intercettazione. Sono accuse gravissime, che dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Ma pongono una domanda inevitabile: che cosa accade alle persone che vengono fermate in mare e riportate in Libia?

Il confine che diventa mare

È questo il punto più controverso del dibattito politico. Da una parte c’è chi considera la diminuzione degli sbarchi un risultato da difendere: meno partenze significa, nell’ottica delle politiche di controllo, maggiore capacità degli Stati di governare i confini e contrastare le reti dei trafficanti. Dall’altra ci sono ONG, organizzazioni umanitarie e organismi internazionali che chiedono di non trasformare il numero degli arrivi nell’unico indicatore del successo di una politica migratoria. Perché un confine più difficile da attraversare non è necessariamente un confine più sicuro. E se le persone continuano a partire, ma devono farlo attraverso percorsi sempre più pericolosi, il rischio è che la riduzione degli arrivi sulle nostre coste nasconda semplicemente ciò che accade prima: naufragi, dispersi, respingimenti e morti senza nome.

Non esistono soltanto “migranti economici”

C’è poi un’altra semplificazione da evitare. La realtà delle migrazioni è composta da storie diverse. Alcune persone partono per ragioni economiche. Altre fuggono da guerre, persecuzioni, violenze o situazioni di grave pericolo. È proprio per questo che una politica migratoria credibile non può limitarsi né all’apertura indiscriminata né alla chiusura delle frontiere. Gli Stati hanno il diritto e il dovere di controllare gli ingressi, combattere i trafficanti, rendere effettive le decisioni di rimpatrio e governare i flussi. Ma devono contemporaneamente garantire che chi chiede protezione possa vedere esaminata individualmente la propria situazione. Distinguere è più difficile che generalizzare. Ma è esattamente ciò che una democrazia dovrebbe saper fare.

La domanda che resta dopo ogni naufragio

Il Mediterraneo continua a restituire la stessa domanda: quanto vale una vita quando non compare nelle statistiche degli sbarchi? Le politiche di contenimento possono ridurre i numeri. Gli accordi internazionali possono modificare le rotte. I controlli possono rendere più difficili le partenze. Ma nessuna statistica può trasformare un morto in mare in un successo politico. Il Mediterraneo centrale continua a essere indicato dall’OIM come la rotta migratoria più mortale. E proprio per questo, accanto al controllo delle frontiere, resta centrale la capacità di prevenire le tragedie, garantire ricerca e soccorso e creare percorsi regolari e sicuri. È una richiesta ribadita anche da OIM e UNHCR.

Meno sbarchi può essere un dato. Meno morti dovrebbe essere l’obiettivo. Finché undici corpi possono essere trovati alla deriva senza che nessuno sappia chi fossero, da dove venissero e perché siano morti, il Mediterraneo non sarà soltanto una frontiera. Sarà ancora, soprattutto, un cimitero.